Vuoi ricevere una mail quando aggiorno il blog?

Vuoi ricevere una mail quando aggiorno il blog?
it's private
powered by
ChangeDetection

martedì 28 giugno 2011

Una commedia poco divina e molto fiscale



Coda per le informazioni
Ho provato in tutti i modi ad evitarlo, ma non c’è stato verso. Quando ho capito che la pratica che dovevo fare non si poteva inoltrare per via telematica, e che per posta ci sarebbero voluti tempi biblici, mi sono rassegnato al mio destino. Di buon mattino mi sono alzato, lavato, rasato, ho fatto una colazione ricca, ho preso un libro corposo e mi sono avviato verso l’ufficio Roma 2 – Aurelia dell’Agenzia delle Entrate.

L’ufficio si trova in una deliziosa via residenziale, accanto ad un albergo a 5 stelle immerso nel verde. Nulla lascia presagire le orde di anime dannate che si aggirano per i corridoi del basso edificio in cemento armato, tutto vetri e aria condizionata, cercando invano la procedura, il documento, lo sportello, il bollo giusto che faccia da lasciapassare per uscire vivi dal labirinto.

Minosse e i dannati nel limbo
All’ingresso, al posto di un “lasciate ogni speranza o voi ch’entrate”, un cartello indica i nuovi orari dell’ufficio, con sotto scritto a penna: “Perché ca...o non l’avete scritto sul sito internet?”. Varcata la soglia, ci si ritrova in una calca di persone, accodate un po’ dovunque. In particolare, attira la mia attenzione un crocicchio di gente davanti al nuovo totem, il Minosse che ha il potere di determinare l’accesso al purgatorio di coloro che forse riusciranno a compiere in giornata le proprie incombenze, o di lasciare nel limbo di coloro che devono scegliere se tornare il giorno dopo o aspettare, senza certezza alcuna. Si tratta dell’onnipotente Terminale che da i numeretti per gestire le code dei vari servizi. Tuttavia, non li da indiscriminatamente: ogni giorno, vengono dati un numero di biglietti pari alla capacità degli sportelli. Finiti i numeri, il Totem si blocca, e chi arriva deve scegliere se tornare il giorno dopo, o aspettare nella speranza che le code vengano smaltite prima del previsto e che quindi venga lasciato qualche biglietto in più. Molti dannati non riescono mai ad impadronirsi dell’agognato numeretto, e continuano ad aggirarsi per l’ufficio giorno dopo giorno. I più furbi, invece, si recano alla ferale porta la mattina presto, ben prima che essa si apra. Ma siccome in Italia tutti sono furbi, anche li si creava una bolgia biblica, finché, con la rinomata astuzia italica, qualcuno dei più esperti ha stabilito la prassi di preparare un foglio numerato, attribuendo un numero ad ognuno, creando una coda per fare la coda, orrendo anatocismo burocratico. La teoria vorrebbe che, all’apertura, i dannati si servano dal terminale nell’ordine in cui sono iscritti sul foglio. Nella pratica, però.... quando si apre la porta, sembra di assistere alla partenza del Palio di Siena, tutti come un sol’uomo si fiondano sul terminale, e solo l’intervento di due dipendenti dell’ufficio riesce ad arginare in parte la piena e a far rispettare “la lista”.

Quelli che, come me, arrivano molto più tardi, si trovano di fronte ad un angoscioso dilemma: tornare all’alba il giorno dopo o aspettare speranzosi che il Totem, a suo insindacabile giudizio, decida di distribuire qualche biglietto in più? Vedo numerose facce in trepidante attesa, alcuni con gli occhi spenti di chi ha ormai accettato il suo destino, altri ancora agguerriti, continuano a premere i pulsanti nella silenziosa speranza di commuovere Minosse. Quando mi avvicino e chiedo di provare, i dannati ridono beffardi: “è bloccato già dalle 9.30, c’è una lista d’attesa di 30 persone sul foglio, e lei spera di ottenere qualcosa?”. Ma io non mi lascio scoraggiare e affronto Minosse a testa alta: Tocco il pulsante e, magia: esce un biglietto. Temo una reazione del popolo dei dannati in attesa dall’alba, ma nessuno fa una piega: sono abituati all’imperscrutabilità del fato, che da e toglie ad ognuno senza apparenti motivi. Ad ogni buon conto mi affretto a ghermire il biglietto e ad allontanarmi, mentre qualcun altro, animato dal mio successo, preme i pulsanti, ahimè senza esito.

Felice, sono ammesso al Purgatorio. Qui i dannati soffrono, ma sanno che prima o poi accederanno al paradiso dei protocollati. Questi dannati, dai ragazzi in pantaloni corti ai manager in giacca e cravatta ai ragazzi di colore agli anziani, si possono finalmente rilassare sulle poltroncine, e cercare di ammazzare la lunga attesa come possono: abbondano giornali, ipod, ipad, smartphone, snack, cappuccini. I dannati chiacchierano, come sui treni – intuiscono che l’attesa è lunga. Prevalgono argomenti fiscali, circolano storie vere o leggende metropolitane su fantomatiche scorciatoie per ottenere questo o quel documento, questo o quel beneficio. Ogni tanto, come nel film “The Island” con Scarlett Johansson, una gentile voce femminile annuncia un nuovo numero: una faccia felice si alza e si precipita verso una scrivania. Passa il tempo, e noto che con l’avvicinarsi della pausa pranzo i numeri scorrono più veloci. Quando mancano solo 2 persone al mio numero, mi apposto in agguato a breve distanza dal mio sportello.

Finalmente tocca a me.

Mi siedo di fronte all’impiegata, una signora con i capelli rossi e occhiali in tinta – ha il volto stanco, manca poco alla pausa pranzo. Osserva la mia domanda mentre io trattengo il fiato – poi mi dice la frase più temuta da ogni dannato, la retrocessione nel più basso dei gironi: “manca un timbro”. Impallidisco e decido di giocare il tutto per tutto: fingendo una competenza che non ho, con tono fermo ma suadente, sottolineo come l’atto senza timbro è registrato telematicamente: non può che essere tutto a posto. Mi guarda dubbiosa, con l’aria di chi ne ha sentite tante di storie come la mia. Poi mi rimbalza sul capo ufficio. Capisco che la battaglia è persa, ma forse non la guerra. Raccolgo i miei documenti, e mi avvio, più risoluto che mai, verso l’ufficio del Capo. E qui vengo sbalordito: scopro che il Capo è un signore sui 50 che avevo già notato nella hall, a dare indicazioni alla gente come un qualsiasi usciere. Quando gli espongo il problema e mi guarda negli occhi, capisco che ho una speranza. Mi affida a un impiegato, che mi farà da Virgilio: percorro corridoi e scalinate inesplorate, un dedalo di porte, bivi, porte, incroci, che lui percorre con sicurezza, fino ad una porta, dove entra senza bussare. “Ahò, controllame un po’ st’atto”, dice a una collega. E così, in un minuto ho il mio lasciapassare, una stampata che dimostra inequivocabilmente  e a scapito del bollo mancante, che il mio atto è registrato. Torno felice giù, ma ormai sono tutti a pranzo. Intercetto al volo il Capo, mentre esce anche lui, per ultimo. Mi guarda con un mezzo sorriso, e con tono di scusa mi dice: “si tutto a posto, glielo farò di persona.... ma ora sto andando a pranzo...” Esco, in cerca di un bar dove sgranocchiare qualcosa in attesa del traguardo che ormai vedo vicino.

Fine?

martedì 12 aprile 2011

L'India da bere

Il volo low cost Chennai-Delhi è pieno come un uovo, noto dal mio posto in terzultima fila. L'inizio di un viaggio di quasi 24 ore, fra voli e attese, non è mai facile. Tiro fuori il mio libro, "A spiritual approach to management", che ho comprato nell'Ashram di Sri Aurobindo, e incomincio a leggerlo annoiato. Si è rivelato un libro pesante e poco interessante, ma non ho altro per le mani.

"Stai leggendo un libro di management?", mi chiede il mio vicino.
Lo osservo come se lo vedessi per la prima volta. E' indiano del nord, con una carnagione appena scura, quasi olivastra. Porta occhiali senza montatura e ha appena un filo di peluria sotto il mento - quest'aspetto quasi adolescenziale contrasta con la camicia a righe a maniche lunghe e il pantalone in frescolana. E' la versione indiana della giacca e cravatta.

"Non proprio, è un libro di spiritualità e etica, ma non è un granchè", gli rispondo, "però ero ad Auroville, e siccome facevo il manager, mi ha incuriosito".
Il ragazzo non sa cos'è Auroville, così gli spiego e rompiamo il ghiaccio. Si chiama K., e lavora per la Suez, azienda francese che gestisce infrastrutture connesse con l'acqua. Mi mostra con fierezza il badge che porta appeso al collo - in India c'è un forte senso di appartenenza alle aziende. Comincia a vantarsi dei suoi successi: è un ingegnere e fa il project manager, era a Chennai per incontrare il Senior Vice President dell'azienda cliente, il suo capo francese si fida così tanto di lui che lo manda da solo.

Conosco questo tipo di discorsi e gli do corda, del resto il volo dura tre ore. Scopro che lavora da 3 anni, e avrà quindo massimo 27 anni. Gli racconto del mio viaggio in India e del fatto che sto tornando a casa. E' molto curioso e fa molte domande. Gli faccio vedere le mie foto e, quando vede S., mi chiede se siamo sposati. Gli dico di no, ed e quasi shoccato, sia perchè abbiamo viaggiato insieme, sia per la mia età: in India non sarebbe possibile. Mi dice che la sua ragazza parla l'italiano, lavorava all'ambasciata italiana, ma ora fa risorse umane in Suez. Si sono conosciuti li, e l'anno prossimo si sposeranno, mi spiega. E' un matrimonio d'amore, non combinato, ci tiene a sottolineare. Sembra voler a tutti i costi darmi l'impressione di essere moderno ed occidentale. Poi ammette che i suoi non hanno gradito, preferivano trovargli loro moglie, della casta giusta e con l'oroscopo giusto. A lui, però, queste cose all'antica non interessano, anzi è convinto che in pochi anni i matrimoni combinati spariranno. Per dimostrarmi la sua apertura, mi spiega che condivide l'appartamento di Gurgaon, il quartiere degli occidentalizzati, con un musulmano e un cristiano.

Tra me e me penso che  forse i matrimoni combinati spariranno davvero fra i 20 milioni di indiani educati, ma non certo per i 900 milioni di poveri e analfabeti. Ma lui è ottimista, per se e per l'India, anche se ciò gli costa orari di lavoro folli, visto che spesso il suo capo lo chiama alle 3 di notte (che poi sono le 22.30 in Francia... anche il suo capo è uno stakanovista!).

Quando gli dico che io non lavoro, non batte ciglio. Mi spiega che fra il popolo dell'outsourcing e dell'informatica molti detestano il loro lavoro anche perchè vengono spremuti come limoni. Non è raro che chi fa un pò di soldi poi molla e cerca altro. Ma lui è ancora in corsa, guadagna circa 10,000€ l'anno, mi dice fiero, ma spera di raddoppiare presto, anche per potersi permettere la famiglia e un tenore di vita alto. Ricomincia a parlare dei suoi successi sul lavoro. Effettivamente dev'essere bravo, vista la giovane età. Quando l'hostess passa con il carrello del cibo, ordina il pasto più costoso del menù, riso con pollo ("tanto paga l'azienda").

Mentre mangio il mio tramezzino vegetariano rifletto su quest'esponente dell'India da bere: disposto a sacrifici che forse un europeo non accetterebbe, consapevole che la fatica e la bravura possono portare al successo, e spinto da un'incredibile fiducia in se e in un futuro migliore che in Italia non c'è più fra i giovani. Forse era questo lo spirito degli anni 50 e 60 in Italia, quando il Paese fu modernizzato in due decenni. Il suo entusiasmo è elettrizzante anche se forse un pò infantile, ma sono convinto che questo Paese crescerà. Sempre se riescono a non suicidarsi con l'inquinamento provocato da questo capitalismo selvaggio, e sempre se riuscirà a far filtrare un pò di ricchezza anche verso i 900 milioni di esclusi, che per ora, forse grazie anche alla religione, non protestano.

martedì 1 marzo 2011

Ambientalisti con coerenza

il fondatore
l'alloggio comune
la "centrale elettrica" alternativa
Impallidisco quando vedo che l'autobus prende l'autostrada contromano e poi sterza bruscamente per imboccare una strada laterale. Accelero e lo seguo, usandolo come "scudo". Per fortuna il traffico e' praticamente assente... Un amico ci ha consigliato di non prendere l'autobus di Auroville per venire a visitare Sadhana Forest, perche' la sera si suona e balla e l'autobus riparte presto. Cosi' abbiamo seguito l'autobus con la nostra Hero Honda, che ormai padroneggio anche sulle strade sterrate di Auroville.

L'autobus prosegue su una sterrata e accidentata viuzza fino ad una palizzata di legno, con scritte di benvenuto in tutte le lingue e un cartello: "chi usa la bici e' mio amico". Lasciamo la moto con un lieve senso di colpa in mezzo alle molte bici ed entriamo. Davanti a noi tre gigantesche palafitte di bambu' e paglia, verso le quali veniamo accompagnati. Entriamo nella piu' grande e ci viene offerto un delizioso muffin vegano (fatto senza uova o latte), mentre un americano pelato e occhialuto ci invita a sederci velocemente, "il programma e' fitto". Dopo un po' arriva un uomo barbuto e massiccio, un po' stempiato e con una barba castana. Indossa canotta e bermuda. E' A., il fondatore di questa comunita' insieme a sua moglie e figlia piccola. Parla un ottimo inglese, anche se e' israeliano; la sua voce trasmette grande energia ed entusiasmo. Ci racconta che si e' trasferito qui 7 anni fa con l'obiettivo di riforestare la zona, che era allora brulla e deserta. La foresta pluviale secca una volta tagliata, non ricresce piu' perche' i monsoni erodono rapidamente il terreno. Quindi, il lavoro consiste non solo nel piantare alberi, ma anche e soprattutto impedire che le piogge si disperdano verso il mare. Negli anni, per lo piu' a mano, e' quindi stato creato un sistema di dighe, barriere, fossi, canali, laghi, che hanno permesso al terreno di impregnarsi d'acqua e alla falda di riempirsi.
tutto cio' e' stato realizzato grazie all'entusiasmo di una miriade di volontari da tutto il mondo, che affluiscono a centinaia: nel 2010, oltre 1000.

A. ci spiega la filosofia di Sadhana Forest, che si basa sul rispetto della natura e dell'uomo con coerenza totale. Cosi', il cibo e' vegano, per rispettare gli animali e per rompere la catena che toglie cibo ai poveri per darlo agli animali d'allevamento. Non esiste denaro a Sadhana: sia i volontari, che noi ospiti riceviamo vitto e alloggio gratis. Non vengono nemmeno sollecitate attivamente le donazioni, "l'universo provvedera'". Si vuole riprodurre l'economia di una famiglia, dove tutti contribuiscono cio' che hanno e prendono cio' di cui hanno bisogno. Sembra funzionare, la comunita' e' cresciuta e il progetto avanza. Inoltre, vengono accettati tutti quelli disposti a lavorare almeno in mese, giovani e vecchi, sani e malati, single e famiglie. Sono infatti molti i bambini che gironzolano mezzi nudi per il campo, bocche da sfamare che non lavorano. Per rispettare l'ambiente, tutta l'energia viene prodotta da una centrale solare che alimenta le luci per la notte ("ma solo nelle zone comuni, per incoraggiare i rapporti umani"), una sala computer e un proiettore per i film, quando serve. "E nella stagione dei monsoni?", chiede un visitatore. "Si ricorre all'energia umana", risponde A., mostrandoci 4 ciclette collegate a una grossa dinamo.

Cominciamo a girare per la zona residenziale e A. ci mostra le cucine con focolare a legna; i bagni, dove pipi' e popo' si fanno in due buchi nel pavimento diversi per favorirne l'uso come concime; i "lavabi" (un secchio appeso a una fune con un buchino sotto, si versa una caraffa d'acqua e ci si puo' lavare le mani con appena 1 litro d'acqua); la pompa per l'acqua a mano. I volontari a lungo termine hanno le loro palafitte, gli altri sono sistemati in due grandi palafitte a 2 piani, su letti separati da lenzuoli appesi.

Finalmente usciamo nella foresta vera e propria. A. ha scelto di non recintarla anche se il terreno e' di proprieta' di Auroville, "abbiamo visto cosa portano i muri e le barriere in Palestina". Per evitare che i villaggi vicini vengano a tagliare gli alberi, e' stato avviato un programma di educazione ambientale locale, e le scuole vengono coinvolte nel piantare alberi. La falda acquifera che si stava esaurendo ha ripreso a crescere, pozzi una volta secchi sono di nuovi pieni, e gli indiani stanno cominciando a capire l'importanza della foresta. Il giro termina con la visita di una specie di igloo di fango, costruito sulla base del progetto che ha vinto una gara indetta dalla NASA per alloggi lunari. I ragazzi di Sadhana l'hanno costruito per imparare e poi andare ad insegnare questa tecnica alle popolazioni che ne hanno bisogno.

Torniamo nella palafitta centrale, la serata non e' finita. Stasera si parla di energia, e ci sono tre ospiti d'eccezione: due capelloni francesi che, armati di telecamera, girano per il mondo in autostop per studiare i progetti di energia rinnovabile. Si chiamano gli "energy vagabonds" e ci fanno vedere i loro video di centrali alternative, dalla Norvegia all'India. Il terzo ospite e' un finlandese con l'aria da dottorino, lavora per una onlus in India che sta cercando di costruire un impianto solare a basso costo per usi domestici, in pratica degli specchi montati su un telaio che concentrano il sole su una specie di pentola a vapore. Alla fine di questa lunga serata, ricompare l'americano che avvia la distribuzione dell'ottima cena vegana. Il pulman con i visitatori riparte, noi restiamo con i volontari e poco appaiono strumenti musicali da tutto il mondo, si comincia a suonare e cantare. Mi impadronisco di un djembe' e mi unisco al gruppo, mentre S. chiacchiera in giro. Europei e indiani cantano canti africani, si sentono voci in tante lingue, due ragazze cominciano a ballare e una ragazza tira fuori l'hula hoop e comincia a fare acrobazie. Gente che e' disposta a vivere in condizioni piuttosto elementari, e per di piu' gratis, per fare qualcosa di giusto.

Purtroppo e' tardi, a malincuore torniamo verso la nostra moto. Fra le varie comunita' di Auroville, questa e' sicuramente la piu' vivace ed idealista.

mercoledì 23 febbraio 2011

la citta' dell'aurora


G. ci aspetta in moto all'ingresso di "New Creation", una delle comunita' di Auroville dedicata all'educazione. Porta il pizzetto, leggermente brizzolato, ed ha la carnagione scura tipica dei tamil. Ci fa strada lungo una strada sterrata che si addentra nella giungla, fino ad un cancello oltre il quale ci attende... un giardino con una decina di case unifamiliari di mattoni rossi.

Qui ad Auroville tutto e' diverso. La citta' si sviluppa su una superficie a forma di cerchio dal diametro di 10km, ma il grosso di questo terreno e' composto da foresta tropicale. Le case sono suddivise in comunita' dai nomi pittoreschi quali "Buddha Garden", "Verite'", "Auromodel", "Truth": ogni conunita' raccoglie gli individui con una stessa vocazione. Noi siamo in New Creation Field, comunita' composta da indiani, americani e belgi, la cui vocazione e' la vita comunitaria e familiare.

Auroville esiste da soli 40 anni ed e' nata sulla spinta delle idee di una guida spirituale francese che si faceva chiamare "madre" per sviluppare l'ideale dell'unita' fra gli uomini al di la della nazionalita', religione, cultura ecc. Secondo Madre, “Per vivere ad Auroville si deve essere i consapevoli servitori della coscienza divina”. E non sono solo parole: qui ad Auroville regna la "divina anarchia": non ci sono leggi, e nemmeno vale il principio che la maggioranza decide e la minoranza deve adeguarsi: tutto funziona solo sulla base del consenso.
G. ci invita a cena con sua moglie e il figlio. Lui si occupa di design, e lavora per le tante aziende di Auroville, mentre la moglie lavora nel centro dentistico della citta'. Ci spiega alcune delle regole fuori del mondo del posto: ad esempio ha dovuto comprare casa, ma la casa non e' sua bensi' della citta', quindi se va via da Auroville non puo' venderla. Inoltre, tutti i cittadini devono devolvere una % dei loro guadagni alla citta', e gli stipendi sono calmierati (i top manager non possono guadagnare piu' di 3 volte i dipendenti meno pagati). Malgrado cio', la citta' continua a crescere ed ha raggiunto, in 40 anni, 2200 abitanti di cui il 40% indiani. Non sono pochi, se si pensa che alla fondazione della citta' non c'era nulla qui, nemmeno la foresta di oltre 1,5 milioni di alberi che e' stata piantata dagli abitanti.
Auroville non e' solo cresciuta, ma addirittura e' stata riconosciuta dall'UNESCO e dal governo indiano con una legge apposita, che concede sgravi e benefici, oltre a visti piu' facili per gli stranieri che vogliono trasferirsi li.
L'indomani andiamo al centro per i visitatori, dove vengono fornite informazioni base sulla citta', e ci rechiamo a vedere il matmandir, il "cuore spirituale" di Auroville, una specie di palla da golf dorata gigantesca. Dentro c'e' una sala di meditazione anareligiosa- infatti sebbene chi vive ad Auroville deve rinunciare a qualsiasi religione, ognuno e' libero di ricercare e perseguire il proprio percorso spirituale individuale, purche' non settario.
Li apprendiamo altre particolarita' del posto: la citta' ha una vocazione di ricerca in ogni campo del sapere. Il giorno dopo ne apprezziamo alcuni aspetti. Ad esempio nell'urinale non ci sono le classiche compresse di profumo bensi' delle compresse composte da batteri che digeriscono l'urina, evitando qualsiasi puzza, oltre a non richiedere consume d’acqua. Ecco qua una bella tecnologia ecologica e semplice!! Visitiamo Auromodele, dove vengono sperimentate tecniche di costruzione e materiali nuovi, come ad esempio la terra pressata, che costa poco e garantisce un'eccellente isolamento. Piu' tardi in una comunita' a vocazione industriale compro una camicia fatta di fibre di bambu', morbida come la seta, ma piu' resistente ed economica.
A pranzo tutti si riuniscono presso la cucina solare, che sforna oltre 3000 pasti al giorno, cucinando con uno specchio solare che concentra i raggi e produce vapore. I pasti, vegetariani, sono ottimi e costano solo 100 rupie (1,5 euro), visto che molti degli ingredienti vengono prodotti in loco.
Ma anche Auroville non e’ esente da problemi. Anni fa sono scoppiati violenti scontri con le popolazioni locali che si sono sentite “invase” dagli stranieri. Ora le cose vanno meglio, anche perche’ Auroville porta lavoro, ma la crisi economica mondiale ha colpito anche qui. Auroville non contrae debiti, e quindi puo’ spendere solo le sue risorse. E se queste diminuiscono… iniziano i problemi. Inoltre,non tutti hanno aderito davvero agli ideali della citta’, e chi vuole puo’ approfittare dell’assenza di leggi o di controlli. Ma, come ci spiega G a cena, anche questo fa parte del gioco. Essendo un laboratorio sociale, anche I cosiddetti “cattivi” hanno il loro ruolo da giocare, in questa gigantesca sperimentazione di societa’ spiritualmente ed eticamente evoluta.
Insomma, una citta' eclettica e multiforme che sembra piovuta dallo spazio in mezzo al caos dell'India, ma che e' invece parte dell'India, creata e supportata da alcune delle persone piu' interessanti e coraggiose del pianeta.

mercoledì 16 febbraio 2011

Rifiuti



L'India  ha un rapporto naturale, animalesco con i propri rifiuti. Un cane non scappa via schifato davanti alle sue feci, non le sotterra, non le trasporta via; le accetta come la naturale fine del ciclo vitale, parte dell'eterna ruota del karma del nascere, crescere e morire.

Gli Indiani (parlo della maggioranza povera, naturalmente) gettano tranquillamente i loro rifiuti davanti all'uscio di casa dove giocano i bambini e pascolano le mucche - poco importa se oggi i rifiuti sono chimici e non piu' naturali come un tempo. Del resto, non esistono cassonetti per la raccolta ne' nettezza urbana: la gestione dei rifiuti e' di chi li produce.

Qui a Tiru e' possibile ammirare le cloache a cielo aperto colme di plastica: a svuotarle ci pensa il monsone, una volta l'anno. Tutto sommato, meglio che a Goa, dove la necessita' di salvare le apparenze di fronte ai pruriginosi occhi occidentali fa si che le immondizie vengano bruciate sul posto, davanti ad ogni casa: il turista accetta l'inalazione di diossina ma non il sacchetto in vista. Con la spazzatura e le deiezioni umane e animali si convive: le si vede e le si annusa. Ci giocano i bambini, ci pascolano le mucche e i cani. La si inala mista allo scarico delle macchine e dei riscio' vetusti e arrugginiti e condita dall'impalpabile e pervasiva polvere indiana.
L'anello finale della catena di produzione consumistica, cosi' accuratamente occultato in occidente in megadiscariche grandi quanto una citta' come Malagrotta, qui e' sotto gli occhi di tutti, ricchi e poveri, chi consuma e produce immondizia ne paga le conseguenze direttamente, qui e ora. C'e' un che' di giustizia divina in tutto cio'.

Mi piacerebbe che ogni italiano che non fa lo sforzo di fare la raccolta differenziata pur avendo i cassonetti sotto casa, che butta la spazzatura in strada o fa fare al cane i bisogni senza pulire, contando sulla nettezza urbana, venisse mandato al soggiorno coatto qui per una settimana. Mi piacerebbe che i nostri capitani d'industria ed economisti, tutti coloro che predicano che la crescita ci salvera', i pubblicitari che ci dicono di consumare.... fossero mandati qui, a toccare con mano cosa stiamo facendo al pianeta.

mercoledì 9 febbraio 2011

L'imbucato

"Vuoi mangiare bene e gratis, compreso l'insalata?" mi aveva chiesto S.


L'insalata, come qualsiasi verdura cruda, e' causa del principale nemico degli occidentali in India, il famigerato "cagottum turisti". Le sue parole erano come evocare l'acqua nel deserto: l'invito era di quelli che non si potevano rifiutare. "Pero' dovrai sorbirti un po' di preghiere" mi ammoniva S. Dopo due settimane di cibi cotti ero pronto persino ad inchinarmi 5 volte al giorno verso la Mecca. Cosi' al tramonto ci siamo avviati verso la Casa degli Ebrei.

Sulla strada principale, in mezzo alle bancarelle un cartello con il candelabro a sette braccia e una scritta in ebraico indica una stretta stradina che si inoltra fra le case. S. non e' propriamente un'ebrea ortodossa, anzi tende piu' verso la "mangiarabbini", ma prima di entrare tira fuori una camicia a maniche lunghe e un pareo per coprirsi le gambe. Entriamo e veniamo teletrasportati in Terra Santa; in un cortile coperto da un tetto di paglia sono disposti dei lunghi e bassi tavoli con dei cuscini accanto. Vi sono una ventina di persone, uomini davanti e donne dietro, con un tizio barbuto in piedi che canta in ebraico. Mi colpisce la somiglianza con lo stereotipo del talebano: i capelli e la barba lunghi, viso mediorientale, l'uomo indossa una veste bianca con un gilet marrone e una specie di turbante, da cui fuoriescono delle treccine. Mentre ci separiamo, un ragazzo mi da una kippah bianca che mi ricorda tanto Ratzinger.

Mentre il barbuto continua a condurre le preghiere in ebraico, cerco di rendermi invisibile scegliendo un fedele basso e grassoccio come modello, e alzandomi e sedendomi quando lo fa lui. Mi guardo intorno: gli uomini hanno tutti la loro brava kippah ma per il resto sono molto diversi in abbigliamento e atteggiamento. Alcuni vestono di bianco, altri sono praticamente in costume e canotta. C'e' chi porta la barba lunga come da manuale e chi e' glabro e pelato, alcuni seguono le preghiere con fervore oscillando il busto avanti e indietro come a fare dei microinchini, altri sembrano annoiati e sperduti quanto me: si capisce che la loro vera religione e' l'insalata.

Anche se tutti gli uomini danno le spalle alle donne, violo le regole per sbirciare dietro. S. Siede a gambe incrociate come un pesce fuor d'acqua, le altre donne dimostrano anch'esse livelli di ortodossia variabili quanto i maschi. Alcune approfittano della necessita' di preparare il pasto per defilarsi in cucina.

S. e' preoccupata di avermi procurato uno shock culturale e si avvicina di soppiatto per chiedermi come va, ma viene immediatamente redarguita dal barbuto con parole dal tono gentile ma autoritario di chi e' in missione per conto dell'amministratore delegato del creato ("che la bellezza femminile non turbi gli spiriti rivolti alla preghiera", mi viene tradotto postumamente). Non mi resta che rilassarmi e ascoltare la musicalita' dei suoni, che hanno un che di allegro, diversi dalla cristiana solennita', quasi fossero canzoncine per bambini.

Finalmente finiscono le preghiere e ci sediamo intorno al tavolo, e S. si puo' sedere accanto a me. Speriamo nell'agognata insalata pulita e disinfettata da mani esperte, ma, no: il barbuto riprende a parlare. S. traduce: oggi non solo e' venerdi' sera (sera che precede lo shabbat), ma anche il 1o giorno dell'Adar, il mese della felicita', in cui tutti devono lasciare andare le loro preoccupazioni, rilassarsi, essere felici e celebrare. Detto cio', per passare dalla teoria alla pratica, il barbuto comincia a raccontare barzellette mentre finalmente arriva l'insalata, con tanto di carote, cavolo, e ottimo pane (il hala', pane speciale che si mangia solo venerdi' sera e sabato) che somiglia a una brioche.

Tutti all'unisono si tuffano sui vassoi, mentre arrivano alcuni ebrei dell'ultima ora salutando con uno "shalom shabbat" - i furbi che hanno pensato bene di evitare le preghiere. Mentre continua ad arrivare cibo (pesce, fagiolini, patate) chiedo a S. chi paga tutto cio'. Mi spiega che le comunita' di ebrei nel mondo finanzia posti simili praticamente ovunque, e in particolar modo in India, per cercare di recuperare le pecorelle smarrite che vengono qui in cerca di se stesse. Sono luoghi di religione ma non solo: qualsiasi ebreo puo' rivolgersi li per ricevere aiuto, che sia cibo, un tetto, un posto dove lasciare il bagaglio, o semplicemente per incontrare connazionali. Una base, una vera "casa" in qualsiasi posto del mondo. Sono ammirato da questa comunita', unica al mondo, dove cultura, religione, identita' e nazionalita' si fondono in un unicum, l'essere ebreo. Una comunita' dove ancora esiste la solidarieta'.

Siamo piu' che sazi. Mentre il barbuto propone nuovi canti e preghiere post-prandiali, alla chetichella ci defiliamo, rituffandoci nell'India delle bancarelle, degli incensi e dei caffe' all'aperto.



venerdì 4 febbraio 2011

Paradiso per alternativi

Goa e’ un luogo sui generis in India, piccolo enclave cristiana in un subcontinente induista, ex colonia portoghese. Un luogo dove l’India e’ piu’ facile. Arriviamo a Morgim, poche case sulla strada che percorre la costa attraversando palmeti di cocco dallo stelo alto e sottile.

Qui vengono a svernare due gruppi diversi e inconciliabili di individui: da una parte comitive di russi benestanti in fuga dall’inverno, dall’altra gli eredi del movimento hippie. I primi frequentano spiagge ben gestite, hotel costosi, cocktail bar e discoteche dove esibire minigonne e camicie aperte. I secondi alloggiano in capanne di bambu’ sulla spiaggia, oppure in case o ville in affitto a lungo termine. E’ un gruppo eterogeneo, internazionale, poliglotta, accomunato da una certa larghezza di vedute, dall’aver viaggiato zaino in spalla, e da una vena anticonformista che li ha portati a fare scelte personali diverse rispetto alla massa.

I russi vestono all’occidentale con tendenza all’elegante, abbonda il trucco, orologi costosi e auto in affitto. I
neo-global vestono in 1000 modi diversi, all’occidentale ma anche all’indiana, con una tendenza allo scaciato, abbondano orecchini, tatuaggi, piercing, capelli corti, lunghi, rasta, a zero, a codino. Invadono le spiagge di Goa da tutto il mondo: single, coppie, bambini che scorazzano nudi e felici sulla spiaggia con variopinte collanine e braccialetti alla caviglia. La maggior parte si ferma a lungo, anche sei mesi all’anno. Gli altri sei li trascorrono in Europa a lavorare quanto basta per potersi permettere sei mesi di dolce far niente nel relativo lusso di Goa, dove una villa di 2 piani con tutte le comodita’ occidentali si fitta con meno di quanto serve per un box a Roma.

Si possono sentire le storie piu’ inverosimili, qui davvero la creativita’ (in fatto di inventarsi stili di vita diversi) e’ al potere.

Cuore di questo variopinto ed eterogeneo gruppo e’ il Magic Park di Arambol, un basso edificio circondato da un giardino lussureggiante pieno di tavolini e sedie, ma anche stuoie e cuscini per chi vuole sedersi per terra. Qui si svolgono presentazioni, corsi e sessioni di danza indiana, moderna, del ventre, salsa, yoga in tutte le sue forme, reiki, massaggio, nonche’ decine di sistemi di cura alternativi. La sera al tramonto la tribu’ si riunisce sulla spiaggia per ballare al ritmo del djembe’ o esibirsi in esercizi da giocoliere. L’atmosfera e’ rilassata, il suono cupo dei tamburi si mescola allo sciabordio del mare, il profumo di salsedine agli incensi e ai piu’ prosaici zampironi, le lampare dei pescatori alle torce di chi passeggia sulla spiaggia.


Poi col calar delle tenebre tutti si allontanano per invadere le stradine piene di negozi e bancarelle e i molti ristoranti e locali.


lunedì 31 gennaio 2011

Qualche ora a Mosca

E’ possible farsi un’idea di un paese da poche ore trascorse nel suo aeroporto? La prima impressione e’ di una struttura funzionale, moderna, nuova di zecca e quasi asettica, con il pavimento bianco lucido che riflette le colonne metallizzate, grandi vetrate che danno su un piazzale innevato enorme su cui si affaticano, come scarafaggi stercorari, decine di spazzaneve.


Pochi i passeggeri, ovunque campeggia la pubblicita’ del martini, come potrebbe essere in qualsiasi aeroporto del mondo. L‘impiegata del banco transiti non ha i baffi e non e’ scontrosa, anzi, e’ di una bellezza elfica, come possono esserlo solo le donne del Nord del mondo; effettua il check-in rapidamente e con cortesia, esprimendosi in un buon inglese. Mi crollano molti dei pregiudizi ereditati dai film di James Bond, mentre l’impiegata mi augura buon viaggio con un sorriso.
Sono al terminal C, nuovo, e il mio volo parte dal terminal F, il piu’ vecchio e lontano, cosi’ mi avvio per una lunga passeggiata nell’aeroporto, del resto il tempo non manca. Comincio a notare nuovi dettagli: gli spazi sono ampi, i negozi pochissimi. Poca fantasia, per lo piu’ i classici duty free profumi-sigarette-alcolici. Prezzi solo in Euro. Dopo un buon chilometro di cammino, arrivo al mio terminal, piu’ vecchio e, forse, pre-perestrojka. Qui si nota che i negozi sono stati aggiunti dopo e, come se fossero piovuti dal cielo, hanno occupato l’unico spazio che c’era, quello dei passeggeri, che sono costretti a camminare a zig zag fra le casette dei duty free. Ho fame, cerco un panino, e scopro che sotto la superficie rimane ancora qualcosa dell’epoca sovietica: in tutti i bar di tre terminal, esistono solo e soltanto i medesimi tre panini, salmone pollo o prosciutto. Ma anche questo quasi monopolio paninaro sta ormai sgretolandosi, ad opera di un bar Segafredo Zanetti, dove finalmente trovo un glorioso toast pomodoro e mozzarella!

Salgo le scale e mi ritrovo sul set di “The Terminal”, versione russa senza Tom Hanks: sei giacigli, materassi, coperte, una scatola di cartone per comodino. Un uomo prega rivolto verso la Mecca, un altro guarda un film su un portatile. Viene dalla Somalia, e’ rimasto bloccato li da molti giorni sulla strada per arrivare in Norvegia, i russi senza tanti complimenti li hanno lasciati liberi nel limbo della sala delle partenze internazionali.

Concludo la mia attesa gustandomi il toast su una sedia, in mezzo al budello dei corridoi, osservando i russi con le loro buste dei duty free piene di liquori, con l’impressione di un paese moderno che ha voluto abbracciare il consumismo di fretta, senza davvero averlo ancora metabolizzato.