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| Coda per le informazioni |
Ho provato in tutti i modi ad evitarlo, ma non c’è stato verso. Quando ho capito che la pratica che dovevo fare non si poteva inoltrare per via telematica, e che per posta ci sarebbero voluti tempi biblici, mi sono rassegnato al mio destino. Di buon mattino mi sono alzato, lavato, rasato, ho fatto una colazione ricca, ho preso un libro corposo e mi sono avviato verso l’ufficio Roma 2 – Aurelia dell’Agenzia delle Entrate.
L’ufficio si trova in una deliziosa via residenziale, accanto ad un albergo a 5 stelle immerso nel verde. Nulla lascia presagire le orde di anime dannate che si aggirano per i corridoi del basso edificio in cemento armato, tutto vetri e aria condizionata, cercando invano la procedura, il documento, lo sportello, il bollo giusto che faccia da lasciapassare per uscire vivi dal labirinto.
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| Minosse e i dannati nel limbo |
Quelli che, come me, arrivano molto più tardi, si trovano di fronte ad un angoscioso dilemma: tornare all’alba il giorno dopo o aspettare speranzosi che il Totem, a suo insindacabile giudizio, decida di distribuire qualche biglietto in più? Vedo numerose facce in trepidante attesa, alcuni con gli occhi spenti di chi ha ormai accettato il suo destino, altri ancora agguerriti, continuano a premere i pulsanti nella silenziosa speranza di commuovere Minosse. Quando mi avvicino e chiedo di provare, i dannati ridono beffardi: “è bloccato già dalle 9.30, c’è una lista d’attesa di 30 persone sul foglio, e lei spera di ottenere qualcosa?”. Ma io non mi lascio scoraggiare e affronto Minosse a testa alta: Tocco il pulsante e, magia: esce un biglietto. Temo una reazione del popolo dei dannati in attesa dall’alba, ma nessuno fa una piega: sono abituati all’imperscrutabilità del fato, che da e toglie ad ognuno senza apparenti motivi. Ad ogni buon conto mi affretto a ghermire il biglietto e ad allontanarmi, mentre qualcun altro, animato dal mio successo, preme i pulsanti, ahimè senza esito.
Felice, sono ammesso al Purgatorio. Qui i dannati soffrono, ma sanno che prima o poi accederanno al paradiso dei protocollati. Questi dannati, dai ragazzi in pantaloni corti ai manager in giacca e cravatta ai ragazzi di colore agli anziani, si possono finalmente rilassare sulle poltroncine, e cercare di ammazzare la lunga attesa come possono: abbondano giornali, ipod, ipad, smartphone, snack, cappuccini. I dannati chiacchierano, come sui treni – intuiscono che l’attesa è lunga. Prevalgono argomenti fiscali, circolano storie vere o leggende metropolitane su fantomatiche scorciatoie per ottenere questo o quel documento, questo o quel beneficio. Ogni tanto, come nel film “The Island” con Scarlett Johansson, una gentile voce femminile annuncia un nuovo numero: una faccia felice si alza e si precipita verso una scrivania. Passa il tempo, e noto che con l’avvicinarsi della pausa pranzo i numeri scorrono più veloci. Quando mancano solo 2 persone al mio numero, mi apposto in agguato a breve distanza dal mio sportello.
Finalmente tocca a me.
Mi siedo di fronte all’impiegata, una signora con i capelli rossi e occhiali in tinta – ha il volto stanco, manca poco alla pausa pranzo. Osserva la mia domanda mentre io trattengo il fiato – poi mi dice la frase più temuta da ogni dannato, la retrocessione nel più basso dei gironi: “manca un timbro”. Impallidisco e decido di giocare il tutto per tutto: fingendo una competenza che non ho, con tono fermo ma suadente, sottolineo come l’atto senza timbro è registrato telematicamente: non può che essere tutto a posto. Mi guarda dubbiosa, con l’aria di chi ne ha sentite tante di storie come la mia. Poi mi rimbalza sul capo ufficio. Capisco che la battaglia è persa, ma forse non la guerra. Raccolgo i miei documenti, e mi avvio, più risoluto che mai, verso l’ufficio del Capo. E qui vengo sbalordito: scopro che il Capo è un signore sui 50 che avevo già notato nella hall, a dare indicazioni alla gente come un qualsiasi usciere. Quando gli espongo il problema e mi guarda negli occhi, capisco che ho una speranza. Mi affida a un impiegato, che mi farà da Virgilio: percorro corridoi e scalinate inesplorate, un dedalo di porte, bivi, porte, incroci, che lui percorre con sicurezza, fino ad una porta, dove entra senza bussare. “Ahò, controllame un po’ st’atto”, dice a una collega. E così, in un minuto ho il mio lasciapassare, una stampata che dimostra inequivocabilmente e a scapito del bollo mancante, che il mio atto è registrato. Torno felice giù, ma ormai sono tutti a pranzo. Intercetto al volo il Capo, mentre esce anche lui, per ultimo. Mi guarda con un mezzo sorriso, e con tono di scusa mi dice: “si tutto a posto, glielo farò di persona.... ma ora sto andando a pranzo...” Esco, in cerca di un bar dove sgranocchiare qualcosa in attesa del traguardo che ormai vedo vicino.
Fine?



