E’ possible farsi un’idea di un paese da poche ore trascorse nel suo aeroporto? La prima impressione e’ di una struttura funzionale, moderna, nuova di zecca e quasi asettica, con il pavimento bianco lucido che riflette le colonne metallizzate, grandi vetrate che danno su un piazzale innevato enorme su cui si affaticano, come scarafaggi stercorari, decine di spazzaneve.
Pochi i passeggeri, ovunque campeggia la pubblicita’ del martini, come potrebbe essere in qualsiasi aeroporto del mondo. L‘impiegata del banco transiti non ha i baffi e non e’ scontrosa, anzi, e’ di una bellezza elfica, come possono esserlo solo le donne del Nord del mondo; effettua il check-in rapidamente e con cortesia, esprimendosi in un buon inglese. Mi crollano molti dei pregiudizi ereditati dai film di James Bond, mentre l’impiegata mi augura buon viaggio con un sorriso.
Sono al terminal C, nuovo, e il mio volo parte dal terminal F, il piu’ vecchio e lontano, cosi’ mi avvio per una lunga passeggiata nell’aeroporto, del resto il tempo non manca. Comincio a notare nuovi dettagli: gli spazi sono ampi, i negozi pochissimi. Poca fantasia, per lo piu’ i classici duty free profumi-sigarette-alcolici. Prezzi solo in Euro. Dopo un buon chilometro di cammino, arrivo al mio terminal, piu’ vecchio e, forse, pre-perestrojka. Qui si nota che i negozi sono stati aggiunti dopo e, come se fossero piovuti dal cielo, hanno occupato l’unico spazio che c’era, quello dei passeggeri, che sono costretti a camminare a zig zag fra le casette dei duty free. Ho fame, cerco un panino, e scopro che sotto la superficie rimane ancora qualcosa dell’epoca sovietica: in tutti i bar di tre terminal, esistono solo e soltanto i medesimi tre panini, salmone pollo o prosciutto. Ma anche questo quasi monopolio paninaro sta ormai sgretolandosi, ad opera di un bar Segafredo Zanetti, dove finalmente trovo un glorioso toast pomodoro e mozzarella!
Salgo le scale e mi ritrovo sul set di “The Terminal”, versione russa senza Tom Hanks: sei giacigli, materassi, coperte, una scatola di cartone per comodino. Un uomo prega rivolto verso la Mecca, un altro guarda un film su un portatile. Viene dalla Somalia, e’ rimasto bloccato li da molti giorni sulla strada per arrivare in Norvegia, i russi senza tanti complimenti li hanno lasciati liberi nel limbo della sala delle partenze internazionali.
Concludo la mia attesa gustandomi il toast su una sedia, in mezzo al budello dei corridoi, osservando i russi con le loro buste dei duty free piene di liquori, con l’impressione di un paese moderno che ha voluto abbracciare il consumismo di fretta, senza davvero averlo ancora metabolizzato.
Pochi i passeggeri, ovunque campeggia la pubblicita’ del martini, come potrebbe essere in qualsiasi aeroporto del mondo. L‘impiegata del banco transiti non ha i baffi e non e’ scontrosa, anzi, e’ di una bellezza elfica, come possono esserlo solo le donne del Nord del mondo; effettua il check-in rapidamente e con cortesia, esprimendosi in un buon inglese. Mi crollano molti dei pregiudizi ereditati dai film di James Bond, mentre l’impiegata mi augura buon viaggio con un sorriso.
Sono al terminal C, nuovo, e il mio volo parte dal terminal F, il piu’ vecchio e lontano, cosi’ mi avvio per una lunga passeggiata nell’aeroporto, del resto il tempo non manca. Comincio a notare nuovi dettagli: gli spazi sono ampi, i negozi pochissimi. Poca fantasia, per lo piu’ i classici duty free profumi-sigarette-alcolici. Prezzi solo in Euro. Dopo un buon chilometro di cammino, arrivo al mio terminal, piu’ vecchio e, forse, pre-perestrojka. Qui si nota che i negozi sono stati aggiunti dopo e, come se fossero piovuti dal cielo, hanno occupato l’unico spazio che c’era, quello dei passeggeri, che sono costretti a camminare a zig zag fra le casette dei duty free. Ho fame, cerco un panino, e scopro che sotto la superficie rimane ancora qualcosa dell’epoca sovietica: in tutti i bar di tre terminal, esistono solo e soltanto i medesimi tre panini, salmone pollo o prosciutto. Ma anche questo quasi monopolio paninaro sta ormai sgretolandosi, ad opera di un bar Segafredo Zanetti, dove finalmente trovo un glorioso toast pomodoro e mozzarella!
Salgo le scale e mi ritrovo sul set di “The Terminal”, versione russa senza Tom Hanks: sei giacigli, materassi, coperte, una scatola di cartone per comodino. Un uomo prega rivolto verso la Mecca, un altro guarda un film su un portatile. Viene dalla Somalia, e’ rimasto bloccato li da molti giorni sulla strada per arrivare in Norvegia, i russi senza tanti complimenti li hanno lasciati liberi nel limbo della sala delle partenze internazionali.
Concludo la mia attesa gustandomi il toast su una sedia, in mezzo al budello dei corridoi, osservando i russi con le loro buste dei duty free piene di liquori, con l’impressione di un paese moderno che ha voluto abbracciare il consumismo di fretta, senza davvero averlo ancora metabolizzato.
