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mercoledì 19 dicembre 2012

ode semiseria

Verde grappolo di piramidi
caleidoscopio di coni
che compongono altri coni, e altri ancora
miracolo di perfezione geometrica
creato da una mente superiore
succosa distesa di monoliti
assemblati da eserciti di invisibili pigmei
senza un perchè, senza un per chi.
Distesa di verde 
incastonata nel verde,
profumata di verde,
Liscia e squamosa figlia di questa terra
Io t'amo
O broccolo romano!

venerdì 2 novembre 2012

Meditazione


Mariusz Lewandowski, Mare in Tempesta


Naufrago nel mare iroso
Nuoto verso l’orizzonte pacifico
Contro nubi, tuoni, onde
mi batto a bracciate feroci
Anelando le tiepide quieti acque soleggiate
Che intravedo in lontananza

Ad ogni bracciata raddoppiano i marosi
Mi spingono sott’acqua lontano

D’un tratto scelgo di cavalcare l’onda
Di lasciarmi sconquassare
Di farmi portare dove sia
E mi ritrovo a galleggiare nella quiete,
consapevole di non essermi mai mosso da li.

venerdì 26 ottobre 2012

Una favoletta ispirata da un quadro


Magritte - la condizione umana
C'era una volta un re che aveva un grande castello dalle 1000 finestre. Il re amava l'arte, e decise di ospitare 1000 artisti nel suo palazzo, offrendo un sontuoso vitto e alloggio a condizione che gli artisti non uscissero mai dalle loro stanze, dedicando il loro tempo a dipingere per il re. I migliori artisti del regno furono selezionati, tutti volevano conquistare un posto, giacché forte era la crisi e non c'era modo facile per guadagnare con l'arte, e il palazzo della ben presto si riempì di migliaia di magnifici quadri.

Passarono gli anni, e gli artisti dimenticarono il mondo esterno. Ognuno vedeva solo il panorama della sua finestra e a quello si ispirava. il castello era grande e ogni finestra mostrava un panorama diverso: alcuni quasi identici, differenti solo di pochi dettagli o per l’angolazione, altri totalmente diversi. Poco a poco, quando si incontravano nei corridoi o nella sala da pranzo, gli artisti cominciarono a sedersi con i loro vicini di stanza, con cui potevano commentare gli stessi panorami, un tramonto o l'ombra di un certo albero. Questi gruppi diventarono poco a poco correnti, scuole artistiche diverse, e durante la pausa pranzo nascevano veementi dibattiti tra l'ala est, che si affacciava verso le montagne e l'ala ovest, che dava sui campi; fra il primo piano, dove gli artisti ammiravano i cortigiani del re e il quarto piano, specializzato in nuvole, uccelli e tramonti.

Un giorno un artista che aveva una finestra che dava su un cortile chiuso si mise in testa di migliorare la sua vista, e dipinse un quadro con il panorama che voleva. Veniva da una città di mare, e così dipinse il mare. La notizia si sparse, tutti volevano vedere il quadro. A poco a poco tutti gli artisti cominciarono a dipingere i loro panorami, ognuno in base alla propria indole e provenienza. A volte erano solo ritocchi: eliminare una latrina appena visibile, aggiungere un albero…… Altre volte, il panorama veniva rifatto completamente. Un artista educato religiosamente dipinse una chiesa con un parroco, e degli angeli che scendevano dal cielo; un artista che amava le donne dipinse delle ninfee che prendevano il sole nude, un pittore depresso dipinse un cielo plumbeo con la pioggia, un povero dipinse campi pieni di braccianti, e a tutti diceva che erano “i suoi campi e i suoi braccianti”. Finalmente un po' di varietà! Gli artisti erano così presi dalle loro creazioni, che non si accorsero del morbo della follia che si impossessava delle loro menti: cominciarono a ignorare le finestre, e ad affacciarsi davanti alle loro tele. La sera, quando si incontravano nei loro gruppi, non regnava più l'armonia bensì accuse feroci: " come puoi non renderti conto che il mondo il grigio? Sei un povero ingenuo!" Diceva il depresso al donnaiolo. “e chi lo guarda il cielo? Guarda che ben di dio sul prato! Come può essere così negativo?“ rispondeva l’altro. “Chi ha fatto entrare quelle donnacce nei miei campi?”, esclamava allora il povero. “Sono da te per i tuoi peccati! Io vedo solo angeli... ” diceva il religioso.  Simili discorsi avvenivano ovunque nel castello.Era finita la pace.
Una giovane donna che aveva dipinto se stessa al centro del panorama lasciò il marito che non la vedeva, vedendo invece il grande castello con tanto di carrozza trainata dai cavalli bianchi che aveva sempre desiderato avere.
La sera, a cena, gli artisti barattavano le loro cose in funzione del loro quadri. “ nevica, devo procurarmi un cappotto", diceva uno che pensava al suo quadro a tinte bianche“, mentre un altro voleva vestiti leggeri per proteggersi dal caldo.
Gli artisti del primo piano, che si erano influenzati a vicenda e i cui quadri condividevano immagini di guerra, si armarono ed eressero delle barricate per fermare il nemico. Quando quelli del piano terra cercarono di salire per farli ragionare, furono accolti a colpi di frecce.
Al quarto piano si convocò un referendum per stabilire se fuori ci fosse una collina brulla e quindi se bisognasse chiedere al re di importare più legna da ardere dai regni vicini, oppure se ci fosse un bosco, e quindi si sarebbe potuto spendere i soldi per nuovi abiti. Vinsero quello che vedevano un bosco, ma i sostenitori della collina, increduli e temendo di patire il freddo, dichiararono che c'erano stati brogli e rifiutarono di riconoscere il risultato. Il re dovette mandare le guardie per sedare i tumulti.
Un padre e un figlio smisero di parlarsi, ognuno lamentava l’incomunicabilità con l’altro: "Non lo riconosco più. Sembra impazzito... possibile che non riesce a vedere le cose come stanno?"
Un giorno un artista stufo di tutto ciò decise di scoprire la verità. Chiuse le tende della sua finestra, girò il suo quadro verso il muro, e nel buio cercò di richiamare alla memoria la sua vita prima di entrare nel palazzo. Giorno dopo giorno ricostruì nella sua memoria il percorso verso l'uscita del palazzo. Finalmente una notte, mentre tutti dormivano, ad occhi chiusi percorse corridori silenziosi, ricordando il percorso nella sua mente. Raggiunse la porta, che era aperta, e uscì a riveder le stelle.

Nota: il mio maestro di meditazione e tai chi tiene delle conferenze in cui, fra l'altro, mostra dei quadri e si cerca di coglierne il significato profondo. Recentemente ci ha mostrato questo quadro. Nell'ultima lezione di tai chi ci ha poi chiesto di scrivere qualcosa su una delle opere d'arte che abbiamo discusso.

domenica 15 luglio 2012

Una partita così non l’avevo mai vissuta

dal blog di Romaltruista
A furia di leggere le esperienze dei volontari con i senza tetto mi è venuta voglia di provare anch’io, e così quando Ileana, la capo progetto di “Cena per due… cento” mi ha invitato ad “ispezionare” l’attività ho deciso di andare, ma come volontario. Ho già avuto a che fare con gente che vive su strada in una precedente esperienza di volontriato, certo, ma… la Stazione Termini, con il suo viavai e il suo microcosmo di umanità, con i suoi rumori e odori… evoca un senso di disagio. Quante volte sono passato su quei marciapiedi scansando questi uomini e donne buttati in un angolo?
Così mi ritrovo all’Hotel Afrodite con Ileana. Mentre chiacchieriamo amabilmente ascoltando musica Rock alla radio della sua auto, arrivano le altre 3 volontarie di Romaltruista: D., di Bologna, che sembra sapere molto della situazione dei senza tetto della sua città e di Roma; M e A, studentessa di arte la prima, impiegata in un’agenzia specializzata in pubblicità agli stranieri residenti in Italia la seconda, che sembrano amiche di lunga data anche se si sono appena conosciute. Mentre scambiamo convenevoli notiamo che si sta già cominciando a formare un piccolo gruppo di persone: hanno riconosciuto Ileana e sanno che sta per arrivare il cibo.
All’apparizione di un furgone scalcagnato che non ha visto un autolavaggio da tempo immemore accordono altri uomini e donne, si mettono in fila in attesa. E’ il furgone dell’associazione, con a bordo il gruppo di volontari stabili, 5 uomini e una donna. Allestiamo due tavoli di plastica su cui vengono appoggiate varie buste piene di panini accuratamente avvolti nella stagnola. I compiti vengono assegnati: le donne distribuiscono i panini, gli uomini fanno servizio d’ordine (che per lo più consiste nel cercare di far rispettare la fila).
A me viene assegnato un contatore, devo contare quanta gente viene a mangiare. Con il mio gilet fosforescente d’ordinanza mi avvicino alla coda sentendomi un pò come uno stewart della Ryanair. L’odore acre di persone che non hanno la possibilità di lavarsi regolarmente mi assale alla gola. Osservo i loro visi sudati, alcuni seri, altri allegri, altri stralunati, e li passo in rassegna cliccando sul mio contatore: un ragazzo di colore con una maglietta con su scritto “Mauro”, un uomo italiano che mi guarda e dice, scherzando, “che fai salti la fila”? Un uomo anziano che sembra italiano ha i piedi sporchi e gonfi come palloni. Tanti sono gli stranieri, l’atmosfera è rilassata e si scambiano due chiacchiere: come sta andando Italia – Inghilterra? Ancora zero a zero?
Le ragazze elargiscono panini e sorrisi, guardano questi uomini e donne negli occhi e mi sento toccato dalla grazia e umanità di questo minimo contatto fra due mondi diversi se pur attigui: capisco che la divisione dei ruoli fra volontari maschi e femmine non è casuale. Ma mi sono distratto! E tutte queste facce sono nuove? Le ho già contate? Quello mi pare che è già passato, o forse no? Vabbè, io lo riconto… Man mano che arriva la gente la fila si compatta, hanno fame e cominciano a spingere: una scena da ufficio postale in giornata di sciopero. Immancabilmente arrivano i furbi che cercano di infilarsi nella fila “salutando” qualche amico reale o immaginario, e sale la tensione. Qualcuno protesta, qualcuno vorrebbe prendere più panini “lo devo portare a mia moglie” – piccole scuse ma stiamo parlando di pane, dell’unico pasto della giornata probabilmente… come rimproverare un affamato per delle piccole furbizie? Eppure il vigile in me vorrebbe far rispettare teutonicamente la fila…
All’improvviso un uomo latinoamericano con la maglia della Roma (“De Rossi”) e un uomo di colore atletico e alto cominciano a spintonarsi. I volontari e gli altri riescono  a calmarli, almeno finchè non prendono i panini: appena lasciata la fila cominciano a prendersi a calci e schiaffi. Sono scioccato, da una parte vorrei intervenire ma dall’altra ho paura e so che non è il nostro compito. Per fortuna altri compagni di fila accorrono a separarli – mentre rifletto sulla tristezza di lottare per il pane… ho perso di nuovo il conto! Queste facce ora mi sembrano tutte uguali… ma sono tutti diversi, chissà cosa avrebbero da raccontare questi qui… quello sembra Afghano, quell’altro dell’Africa subsahariana, chissà come sono arrivati alla stazione Termini da casa loro…
La fila comincia ad esaurirsi e tanti ripassano per un 2° panino; dal furgone spunta anche una colomba pasquale e qualche banana. Due panini e un frutto… forse cena, forse l’unico pasto della giornata. Eppure c’è tanta dignità. Un transessuale viene a chiedermi un secondo panino “per la sua amica”, e insiste perchè sia io a prenderglielo: proprio non ci vuole credere che basta fare la fila di nuovo. Due uomini prendono un sacco della spazzatura e cominciano a raccogliere le cartacce degli altri – forse lo fanno solo per avere un 3° panino, forse è un gesto di dignità, per riaffermare fieramente la loro appartenenza a questa società che non li vede. Intanto tutti gli altri si accalcano attorno al furgone, dove una radio gracchia la telecronaca della partita. Ancora zero a zero… non importa se italiani o stranieri, tutti ascoltano in religioso silenzio proprio come i milioni di italiani sui loro comodi divani davanti ai loro maxischermi…
Io, una partita così, non l’avevo mai vissuta.