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giovedì 7 novembre 2013

The Tube


Erano 13 anni che non mi succedeva ma tutto sembra uguale, tranne me.  Alle 8,30 in punto entro nella stazione di Borough della Northern Line, diretto verso l’aeroporto. Devo andare a Bank, la fermata nel cuore della City, e da li cambiare linea. Mentre l’ascensore lentamente scende verso i profondi intestini di Londra, guardo distratto le pubblicità che ne tappezzano le pareti: musical, compagnie telefoniche low cost, il nuovo iphone, una non profit che chiede di donare 3£ via SMS per i cani randagi.

Il binario è pieno di persone in attesa, anche se il tabellone mostra che passa un treno ogni 60 secondi. E infatti dopo pochi attimi si ferma uno dei caratteristici treni colorati del Tube di Londra, con le pareti ricurve per poter attraversare gli strettissimi tunnel. Le porte si aprono e si materializza davanti a noi un muro di corpi umani. Una voce femminile chiede a tutti di lasciar scendere i passeggeri prima di salire, di usare tutte le porte e ogni spazio possibile dentro i vagoni… e i londinesi obbediscono diligenti: ogni spazio possibile all’interno dei vagoni è occupata. Riesco a salire a malapena, grazie al mio allenamento ai bus di Roma.

Le porte si chiudono e vengo avvolto da un’aria pesante, in cui si mescolano mille odori: sudore umano, dopobarba maschile, profumi femminili, creme. C’è umidità, pesantezza, comincio subito a sudare, avrei voluto togliermi il cappotto prima di salire ma ora è troppo tardi. Mi appoggio alla porta, chiudo gli occhi e ascolto: quasi nessuno parla, si sente solo lo stridio delle ruote sui binari, e la voce registrata che annuncia: “the next station is London Bridge”. La gente ha le facce tese, nessuno sorride. Gli inglesi, così riservati, sopportano a fatica la vicinanza fisica imposta dal Tube. Ognuno si protegge come può: una biondina in tailleur indossa un’enorme cuffia stereo verde metallizzata collegata al cellulare che stona con il suo abito, un uomo di colore in abito blu cerca di leggere il giornale, un cinese con i capelli a spazzola ha in mano un ebook reader... Chi come me non ha nulla sottomano o non riesce ad aprire il giornale per mancanza di spazio legge le pubblicità o fissa un punto vuoto nello spazio. Banchieri con impeccabili vestiti gessati, giovani in jeans, commesse con le loro uniformi, bianchi, neri, gialli… uno spaccato di questa città globalizzata costretta e schiacciata in pochi metri quadri per andare a lavoro.  Mancano i ragazzi chiassosi, le signore chiacchierone della metro romana- tutto è compìto, tutti sono in trepidante attesa della loro fermata .

 Arriva la stazione di London Bridge e la porta si apre su un’altra marea umana che attende, paziente e ordinata, di salire. Solo pochi ce la fanno, gli altri attendono disciplinati il prossimo treno 60 secondi dopo con sguardi assenti e rassegnati. “please stand clear of the closing doors” e il treno riparte, comincio a far fatica a respirare- il tube di Londra, nonostante la sua capillarità e frequenza, non riesce a far fronte alle esigenze dell’ora di punta. Per fortuna la prossima fermata è la mia, “please allow passengers off the train first”, e riesco a scendere facilmente.

La fermata è enorme, un vero labirinto in cui siamo come formiche, come un fiume sotterraneo che scorre, che si incanala in affluenti e rami secondari, che a volte rallenta e a volte accelera, che sale o scende per poi sgorgare in superficie, per alimentare la City di Londra e i suoi grattaceli di acciaio e cristallo dalle forme irregolari e fornire energia vitale che verrà tramutata attraverso i computer in soldi, flussi di bit che determinano da queste poche miglia quadrate i destini del pianeta. Ma anche queste persone che vivono una vita totalmente cittadina fatta di metro e di tramezzini plastificati, di vestiti scuri e birre dopo il lavoro, questi uomini e donne che guadagnano molte volte il salario medio dell’Inghilterra, già centinaia di volte più alto di quello medio del pianeta, sono costrette a questo rito quotidiano del viaggio nel Tube, forse non troppo dissimile dai torpedoni stracarichi che portano la gente al mercato dei paesi in via di sviluppo.

Quando raggiungo la Docklands Light Railway che mi porterà via dalla City verso l’aeroporto tiro un sospiro di sollievo. Questo posto non mi appartiene più, e io non appartengo più ad esso.

3 commenti:

  1. Nel mondo ma non del mondo... che privilegio!

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  2. "Questo posto non mi appartiene più"... L'ho capito anch'io qualche anno fa, quando ho fatto la tua stessa esperienza... un ritorno a Roma devastante, in una metropolitana stracolma in direzione di Victoria Station e poi per l'aeroporto di Stansted, insieme a tanta gente, frenetica, eppure ti senti solo. Sembrano formiche.
    Non mi piacciono le grandissime città come Londra, preferisco riscoprire una dimensione più umana.

    Bellissimo post Mauro.
    A presto,
    D.

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