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domenica 15 dicembre 2013

Sotto i ferri

Mi sono fatto suggestionare dalla storia che Gandhi quando andava dal dentista rifiutava l'anestesia, perchè per lui era un modo per entrare in meditazione. Già ma io non sono Gandhi.. mi dicevo. Tuttavia mi sono fatto coraggio e quando l'anestesista mi ha proposto di farmi un blando sedattivo, non senza una certa titubanza ho rifiutato, per poter essere totalmente consapevole durante l'operazione. "Curiosity killed the cat", dicono gli inglesi... e per me la curiosità è maggiore della paura: com'è stare in una sala operatoria sotto i ferri? Fra poco lo scoprirò.

Sdraiato su una barella, con in dosso solo un sottile camice aperto sulla schiena, guardo il soffitto che scorre sopra di me, una luce dopo l'altra, una bocca dell'areazione dopo l'altra. Mi tornano in mente le immagini di tanti film e telefilm, il paziente che viene trasportato di corsa attraverso corridoi immacolati da impeccabili infermieri in divisa verde. La mia "Caronte", incaricata di portarmi sull'altra sponda del fiume che divide i sani dai pazienti si chiama Cristiana ed è una giovane donna sui 28 anni, sorridente e gentile. Indossa un'uniforme sterile verde chiaro, che contrasta con una specie di bandana con degli orsacchiotti per coprire i capelli.

Con un sibilo si apre la porta della sala operatoria e immediatamente vengo circondato da vari infermieri, che cominciano a prepararmi con rapidità ed efficienza. Adesivi sul petto per l'elettrocardiogramma, un'ago nella mano, e mi spostano sul tavolo operatorio, mentre la radio diffonde per la sala operatoria un pò di musica rock - questa non me l'aspettavo proprio... nei film di solito c'è solo il bip bip delle macchine.

Vengo letteralmente messo in croce: il tavolo ha due braccia, su cui appoggio le mie, che vengono bloccate con delle fasce. Ad un braccio ho la fascia per misurare la pressione, all'altra una macchina al dito che controlla il livello di ossigeno. Di nuovo la netta sensazione di stare in un film.  "Lei è nervoso, ha le mani gelate, mi lasci farle un blando sedattivo", dice l'anestesista.. ha ragione, sento il corpo teso come una corda di violino e le mani e i piedi gelati, ma sono irremovibile. Mentre cerco di fare respiri profondi per rilassarmi, sento una pennellata gelida sulla gamba: gli infermieri mi stanno letteralmente dipingendo di disinfettante. Arriva il chirurgo, già pronto con camice, copricapo, copribocca, mi chiede come sto mentre cominciano a coprirmi con vari teli che lasciano scoperta solo la gamba - appare completamente tranquillo e in controllo della situazione, la sua calma mi rassicura.
"Tutto bene", dico con un filo di voce... mentre mi sento non più come un uomo ma come una gamba da operare... tutto il resto è come se non ci fosse, è coperto da questo telo verde, come se non contasse. I muscoli delle spalle sono irrigiditi.. stasera forse avrò il mal di testa. "Cominciamo", dice il dottore, mentre lampi di fuoco entrano sotto pelle - sono le piccole punture di anestetico nei punti dove taglierà. Poi più nulla. Sono consapevole che qualcosa sta incidendo la pelle, sento qualcosa che tira, ma ho l'impressione che non sia il mio corpo. Mi rilasso, sento il bip bip che rallenta, ascolto il respiro. Sopra di me, due bocche dell'areazione, e la grande luce operatoria, fatta da centinaia di piccoli specchietti.

Una voce di donna comincia a spiegare cosa sta succedendo, quali attrezzi serviranno. "Tu devi sempre seguire quello che fa il chirurgo e non distrarti mai, anzi, devi stare un passo avanti a lui e sapere già quale strumento sta per chiederti". C'è un tirocinante, chi sarà? Alzo la testa.. e vedo due uomini che armeggiano su un'anonima gamba dipinta di marrone che spunta da sotto un lenzuolo.. e dietro di essa riconosco i coniglietti del copricapo: è Caronte.
"Qui esce la vena dalla safena, dobbiamo legare"..
"Dottore, che nodo usa?" .. faccio il simpatico, cerco di sdrammatizzare soprattutto con me stesso.
"Il doppio nodo, quello delle scarpe!". Che delusione...
Intanto il dottore continua, nuove punture, e di nuovo armeggia, mi sembra che la pelle della mia gamba sia legata a un filo che il dottore tira... che mi stia mettendo i punti? Poi il dottore mi mostra fiero un pezzo di vena che mi ricorda tanto quelle dei polli, mi dice "14 cm! con questo abbiamo risparmiato un'incisione" - capisco che quella sensazione di trazione era lui che stava sfilando una vena dalla mia pelle.
Chiudo gli occhi e mi lascio andare, il tempo smette di scorrere. Sento il corpo sul tavolo, i movimenti del chirurgo, la radio, i bip, il mio petto che sale e scende, la donna che spiega quali attrezzi bisogna usare. 
Non vedo più l'anestesista, dove sarà? "C'è rimasto male che non si è fatto sedare", scherza uno dei medici. Ogni tanto sento dolore, ma è come se non fossi io, respiro, è solo una sensazione, poi passa e di nuovo mi rilasso... "abbiamo quasi finito", dice il chirurgo mentre mi alza la gamba. Sono stupito, vedo 12 taglietti microscopici, come avrà fatto a fare tutto attraverso quei buchetti? Mentre mi fasciano la gamba cominciano a staccare tutte le macchine e io tiro un sospiro di sollievo. Mi sento bene, penso che potrei quasi camminare... ma invece passo di nuovo sulla barella e via, Caronte riparte verso la camera dove potrò rivestirmi e tornare a casa.

giovedì 7 novembre 2013

The Tube


Erano 13 anni che non mi succedeva ma tutto sembra uguale, tranne me.  Alle 8,30 in punto entro nella stazione di Borough della Northern Line, diretto verso l’aeroporto. Devo andare a Bank, la fermata nel cuore della City, e da li cambiare linea. Mentre l’ascensore lentamente scende verso i profondi intestini di Londra, guardo distratto le pubblicità che ne tappezzano le pareti: musical, compagnie telefoniche low cost, il nuovo iphone, una non profit che chiede di donare 3£ via SMS per i cani randagi.

Il binario è pieno di persone in attesa, anche se il tabellone mostra che passa un treno ogni 60 secondi. E infatti dopo pochi attimi si ferma uno dei caratteristici treni colorati del Tube di Londra, con le pareti ricurve per poter attraversare gli strettissimi tunnel. Le porte si aprono e si materializza davanti a noi un muro di corpi umani. Una voce femminile chiede a tutti di lasciar scendere i passeggeri prima di salire, di usare tutte le porte e ogni spazio possibile dentro i vagoni… e i londinesi obbediscono diligenti: ogni spazio possibile all’interno dei vagoni è occupata. Riesco a salire a malapena, grazie al mio allenamento ai bus di Roma.

Le porte si chiudono e vengo avvolto da un’aria pesante, in cui si mescolano mille odori: sudore umano, dopobarba maschile, profumi femminili, creme. C’è umidità, pesantezza, comincio subito a sudare, avrei voluto togliermi il cappotto prima di salire ma ora è troppo tardi. Mi appoggio alla porta, chiudo gli occhi e ascolto: quasi nessuno parla, si sente solo lo stridio delle ruote sui binari, e la voce registrata che annuncia: “the next station is London Bridge”. La gente ha le facce tese, nessuno sorride. Gli inglesi, così riservati, sopportano a fatica la vicinanza fisica imposta dal Tube. Ognuno si protegge come può: una biondina in tailleur indossa un’enorme cuffia stereo verde metallizzata collegata al cellulare che stona con il suo abito, un uomo di colore in abito blu cerca di leggere il giornale, un cinese con i capelli a spazzola ha in mano un ebook reader... Chi come me non ha nulla sottomano o non riesce ad aprire il giornale per mancanza di spazio legge le pubblicità o fissa un punto vuoto nello spazio. Banchieri con impeccabili vestiti gessati, giovani in jeans, commesse con le loro uniformi, bianchi, neri, gialli… uno spaccato di questa città globalizzata costretta e schiacciata in pochi metri quadri per andare a lavoro.  Mancano i ragazzi chiassosi, le signore chiacchierone della metro romana- tutto è compìto, tutti sono in trepidante attesa della loro fermata .

 Arriva la stazione di London Bridge e la porta si apre su un’altra marea umana che attende, paziente e ordinata, di salire. Solo pochi ce la fanno, gli altri attendono disciplinati il prossimo treno 60 secondi dopo con sguardi assenti e rassegnati. “please stand clear of the closing doors” e il treno riparte, comincio a far fatica a respirare- il tube di Londra, nonostante la sua capillarità e frequenza, non riesce a far fronte alle esigenze dell’ora di punta. Per fortuna la prossima fermata è la mia, “please allow passengers off the train first”, e riesco a scendere facilmente.

La fermata è enorme, un vero labirinto in cui siamo come formiche, come un fiume sotterraneo che scorre, che si incanala in affluenti e rami secondari, che a volte rallenta e a volte accelera, che sale o scende per poi sgorgare in superficie, per alimentare la City di Londra e i suoi grattaceli di acciaio e cristallo dalle forme irregolari e fornire energia vitale che verrà tramutata attraverso i computer in soldi, flussi di bit che determinano da queste poche miglia quadrate i destini del pianeta. Ma anche queste persone che vivono una vita totalmente cittadina fatta di metro e di tramezzini plastificati, di vestiti scuri e birre dopo il lavoro, questi uomini e donne che guadagnano molte volte il salario medio dell’Inghilterra, già centinaia di volte più alto di quello medio del pianeta, sono costrette a questo rito quotidiano del viaggio nel Tube, forse non troppo dissimile dai torpedoni stracarichi che portano la gente al mercato dei paesi in via di sviluppo.

Quando raggiungo la Docklands Light Railway che mi porterà via dalla City verso l’aeroporto tiro un sospiro di sollievo. Questo posto non mi appartiene più, e io non appartengo più ad esso.

martedì 17 settembre 2013

Io sono la montagna


Seduto su una roccia al tramonto,
Io sono la montagna.
Massiccia, immobile, silenziosa. 
Passano le nuvole, il sole, gli uccelli, la pioggia,
gli umani mi piantano chiodi nella pelle, 
ma nulla mi scalfisce.
Io Sono da tempo immemorabile, 
e Sarò per tempo immemorabile.
Nulla mi turba, 
tutto osservo curiosa ma intatta in me.
Gli uomini a volte mi amano, 
a volte mi odiano,
addirittura mi considerano un'assassina.
Io non me ne curo.
A chi mi sorride col cuore io sorrido,
di chi si accorge di me mi accorgo.
Ma soprattutto sono assorta in me stessa.
Non sono nè felice, nè infelice.
Sono semplicemente, banalmente, viva,
come la terra in cui affondo le radici,
come il cielo verso cui mi protendo.
Sono un ponte silenzioso, per chi vuole attraversarmi.

lunedì 19 agosto 2013

Camminare

Il trekking è un viaggio nel tempo. Partiamo da Arpy e, dopo aver superato La Thuile, scendiamo dal pulmino- siamo soli con i nostri corpi come unico mezzo di trasporto. Non ci si pensa mai, alla perfezione del corpo. Sento le mie gambe muoversi, i muscoli contrarsi mentre salgo, lentamente, la ripida rampa che porta al rifugio Deffeyes. Nessuna macchina può percorrere questo sentiero, e mi meraviglio alla potente semplicità delle mie gambe. Che bello averle! Eppure, ce le ho dalla nascita e non le apprezzo se non quando mi portano quassù.

 Passo dopo passo, osservo i sassi davanti a me, ognuno diverso, con striature bianche o macchie rosse, o a volte licheni gialli. Forse questo che sto calpestando era una volta un picco roccioso... e forse fra 1000 o 10000 anni sarà sabbia portata dal fiume fino al mare. Quassù è come 2000 anni fa, il mondo è ancora vergine e non intaccato dall'uomo, se si eccettua la tenue traccia del sentiero. La natura ha il suo ritmo lento, la sua geometria e il suo ordine, "casuale" e "disordinato" per la mente umana razionale figlia di Euclide e Pitagora, ma se osservi bene è un disordine perfettamente armonico che genera bellezza senza pianificazione, senza artisti, senza sforzo.

 Passo dopo passo, respiro dopo respiro, passo dopo passo... la mente vaga come rallentata, come se da sola volesse uniformarsi e armonizzarsi con i tempi della montagna. Ho tolto l'orologio, non voglio sapere del tempo che passa, esiste solo il prossimo passo e il prossimo respiro e un verde così verde che sembra irreale, cinematografico. Gli steli dell'erba si inchinano all'unisono sotto la sapiente direzione del coreografo vento, formano onde.  Gli insetti ronzano di fiore in fiore e così hanno sempre fatto da 2000 anni; sembra che anche la nostra presenza li sia parte del paesaggio ed abbia uno scopo: portare un occhio capace di ammirare ed apprezzare lo spettacolo.

Saliamo oltre, ora ci sono solo pietre e ghiaccio... ora forse siamo sulla Terra di qualche milione di anni fa. Gli animali non esistono ancora, ci sono solo gli insetti e le prime rudimentali piante che lottano con le pietre e il ghiaccio. La vita è tenace- continua a combattere, ignara che fra 2 settimane con la fine dell'estate è destinata alla morte... ma i fiori non se ne preoccupano: continuano a donare il loro profumo e i loro colori, che ci sia qualcuno ad apprezzarli o meno.

Infine arriviamo a toccare il ghiaccio del Ghiacciaio Rutor. Il suo bianco splendente ci riporta a milioni di anni fa, un mondo senza vita, ma già con i semi del mondo odierno pronti a schiudersi. Tocco la brillante superficie gelata e osservo che piccole gocce scendono verso il fiume, che le porterà a valle, attraverso il tempo fino alla val d'Aosta e al giorno d'oggi, dove forse alimenteranno una centrale idroelettrica.

mercoledì 20 marzo 2013

Il tao e l’arte di potare gli ulivi

Gli ulivi se non si potano diventano delle specie di cespugli informi. Occorre sempre scegliere, tagliare dei rami e lasciarne crescere altri. Un po’ come la vita: quando facciamo una scelta, scegliamo di lasciar crescere un ramo e di tagliarne un altro. Potare è essenziale: nei nostri tempi frenetici cerchiamo di fare troppo e la vita appare proprio come un cespuglio: tanti rami troppo piccoli, che non portano frutti.

Come nel tai chi, come nella vita, anche nell’arte di potare gli ulivi occorre bilanciare azione e arresa: non puoi scegliere quale ramo far crescere, questo lo decide la natura, l'esposizione, i venti, il sole. Ma puoi decidere di tagliare i rami che non possono più dare frutti. Un buon potatore sa discernere i rami esausti, quelli che per la loro forma non porteranno mai frutti ma assorbiranno tanta linfa e quelli che si disturbano fra loro, rovinando l’armonia dell’albero. Taglia senza esitazione, né troppo (perché l’albero ne sarebbe traumatizzato), né troppo poco (perché sarebbe inutile). E poi lascia che l'energia della terra da sola si ridiriga verso i rami rimasti. Inutile accanirsi: magari vuoi che un certo ramo cresca in una certa direzione, e invece se ne va da un’altra parte. Occorre accettarlo. Oppure tagliarlo.

Nella mia vita ho sempre amato il verde fresco e vitale dei rami giovani. Forse troppo spesso ho potato un ramo non appena cominciava ad irrobustirsi, per lasciarne crescere un altro più nuovo, per il semplice piacere della sua novità. Il mio albero ha tanti rami giovani, che vanno in tante direzioni diverse. Pochi, però, hanno avuto il tempo di irrobustirsi e dare frutti.

Al capo opposto ci sono le vite ormai da tempo senza freschezza e novità - gli ulivi centenari, che ormai hanno esaurito la loro spinta vitale. Quando un ulivo è invecchiato, occorre capitozzarlo: tagliare tutti i rami, e lasciare che rinasca dalle sue ceneri. Certo, ci metterà alcuni anni a riprendersi dal trauma, ma poi tornerà a nuova vita. Ci vuole coraggio e fiducia da parte del potatore: hai l’impressione di creare il vuoto, e non puoi essere sicuro che l’ulivo rinascerà. Ma è l’unico modo per non condannare l’albero ad una lenta morte, preceduta da una lunga non-vita.

L’ulivo è nel suo piccolo un maestro.

giovedì 7 febbraio 2013

Corre


Corre il criceto,
fra mille luci e rumori
gira la ruota,
corre, corre,
scorre la sabbia nella clessidra,
come acqua nel torrente.

Eserciti di Sisifo
spingono inutili macigni qua e la,
fra sirene ammiccanti, profeti e buffoni seduttori.
Non c'è tempo, il tempo manca,
l'occhio non può soffermarsi
più di un'istante,
i fiori sbocciano e nessuno se ne inebria,
nessuno gioisce della luce rosata del tramonto,
gli uccelli cantano inascoltati, 
gli amanti si sfiorano appena
nella folla che li allontana.

Sei pronta ad essere travolta dal fiume in piena?
Tienimi per mano, chiudiamo gli occhi, 
fermiamoci.
Nel tuo tocco ritrovo il silenzio e la quiete
e all'improvviso siamo immobili
nell'occhio del ciclone.