"Vuoi mangiare bene e gratis, compreso l'insalata?" mi aveva chiesto S.
L'insalata, come qualsiasi verdura cruda, e' causa del principale nemico degli occidentali in India, il famigerato "cagottum turisti". Le sue parole erano come evocare l'acqua nel deserto: l'invito era di quelli che non si potevano rifiutare. "Pero' dovrai sorbirti un po' di preghiere" mi ammoniva S. Dopo due settimane di cibi cotti ero pronto persino ad inchinarmi 5 volte al giorno verso la Mecca. Cosi' al tramonto ci siamo avviati verso la Casa degli Ebrei.
Sulla strada principale, in mezzo alle bancarelle un cartello con il candelabro a sette braccia e una scritta in ebraico indica una stretta stradina che si inoltra fra le case. S. non e' propriamente un'ebrea ortodossa, anzi tende piu' verso la "mangiarabbini", ma prima di entrare tira fuori una camicia a maniche lunghe e un pareo per coprirsi le gambe. Entriamo e veniamo teletrasportati in Terra Santa; in un cortile coperto da un tetto di paglia sono disposti dei lunghi e bassi tavoli con dei cuscini accanto. Vi sono una ventina di persone, uomini davanti e donne dietro, con un tizio barbuto in piedi che canta in ebraico. Mi colpisce la somiglianza con lo stereotipo del talebano: i capelli e la barba lunghi, viso mediorientale, l'uomo indossa una veste bianca con un gilet marrone e una specie di turbante, da cui fuoriescono delle treccine. Mentre ci separiamo, un ragazzo mi da una kippah bianca che mi ricorda tanto Ratzinger.
Mentre il barbuto continua a condurre le preghiere in ebraico, cerco di rendermi invisibile scegliendo un fedele basso e grassoccio come modello, e alzandomi e sedendomi quando lo fa lui. Mi guardo intorno: gli uomini hanno tutti la loro brava kippah ma per il resto sono molto diversi in abbigliamento e atteggiamento. Alcuni vestono di bianco, altri sono praticamente in costume e canotta. C'e' chi porta la barba lunga come da manuale e chi e' glabro e pelato, alcuni seguono le preghiere con fervore oscillando il busto avanti e indietro come a fare dei microinchini, altri sembrano annoiati e sperduti quanto me: si capisce che la loro vera religione e' l'insalata.
Anche se tutti gli uomini danno le spalle alle donne, violo le regole per sbirciare dietro. S. Siede a gambe incrociate come un pesce fuor d'acqua, le altre donne dimostrano anch'esse livelli di ortodossia variabili quanto i maschi. Alcune approfittano della necessita' di preparare il pasto per defilarsi in cucina.
S. e' preoccupata di avermi procurato uno shock culturale e si avvicina di soppiatto per chiedermi come va, ma viene immediatamente redarguita dal barbuto con parole dal tono gentile ma autoritario di chi e' in missione per conto dell'amministratore delegato del creato ("che la bellezza femminile non turbi gli spiriti rivolti alla preghiera", mi viene tradotto postumamente). Non mi resta che rilassarmi e ascoltare la musicalita' dei suoni, che hanno un che di allegro, diversi dalla cristiana solennita', quasi fossero canzoncine per bambini.
Finalmente finiscono le preghiere e ci sediamo intorno al tavolo, e S. si puo' sedere accanto a me. Speriamo nell'agognata insalata pulita e disinfettata da mani esperte, ma, no: il barbuto riprende a parlare. S. traduce: oggi non solo e' venerdi' sera (sera che precede lo shabbat), ma anche il 1o giorno dell'Adar, il mese della felicita', in cui tutti devono lasciare andare le loro preoccupazioni, rilassarsi, essere felici e celebrare. Detto cio', per passare dalla teoria alla pratica, il barbuto comincia a raccontare barzellette mentre finalmente arriva l'insalata, con tanto di carote, cavolo, e ottimo pane (il hala', pane speciale che si mangia solo venerdi' sera e sabato) che somiglia a una brioche.
Tutti all'unisono si tuffano sui vassoi, mentre arrivano alcuni ebrei dell'ultima ora salutando con uno "shalom shabbat" - i furbi che hanno pensato bene di evitare le preghiere. Mentre continua ad arrivare cibo (pesce, fagiolini, patate) chiedo a S. chi paga tutto cio'. Mi spiega che le comunita' di ebrei nel mondo finanzia posti simili praticamente ovunque, e in particolar modo in India, per cercare di recuperare le pecorelle smarrite che vengono qui in cerca di se stesse. Sono luoghi di religione ma non solo: qualsiasi ebreo puo' rivolgersi li per ricevere aiuto, che sia cibo, un tetto, un posto dove lasciare il bagaglio, o semplicemente per incontrare connazionali. Una base, una vera "casa" in qualsiasi posto del mondo. Sono ammirato da questa comunita', unica al mondo, dove cultura, religione, identita' e nazionalita' si fondono in un unicum, l'essere ebreo. Una comunita' dove ancora esiste la solidarieta'.
Siamo piu' che sazi. Mentre il barbuto propone nuovi canti e preghiere post-prandiali, alla chetichella ci defiliamo, rituffandoci nell'India delle bancarelle, degli incensi e dei caffe' all'aperto.
L'insalata, come qualsiasi verdura cruda, e' causa del principale nemico degli occidentali in India, il famigerato "cagottum turisti". Le sue parole erano come evocare l'acqua nel deserto: l'invito era di quelli che non si potevano rifiutare. "Pero' dovrai sorbirti un po' di preghiere" mi ammoniva S. Dopo due settimane di cibi cotti ero pronto persino ad inchinarmi 5 volte al giorno verso la Mecca. Cosi' al tramonto ci siamo avviati verso la Casa degli Ebrei.
Sulla strada principale, in mezzo alle bancarelle un cartello con il candelabro a sette braccia e una scritta in ebraico indica una stretta stradina che si inoltra fra le case. S. non e' propriamente un'ebrea ortodossa, anzi tende piu' verso la "mangiarabbini", ma prima di entrare tira fuori una camicia a maniche lunghe e un pareo per coprirsi le gambe. Entriamo e veniamo teletrasportati in Terra Santa; in un cortile coperto da un tetto di paglia sono disposti dei lunghi e bassi tavoli con dei cuscini accanto. Vi sono una ventina di persone, uomini davanti e donne dietro, con un tizio barbuto in piedi che canta in ebraico. Mi colpisce la somiglianza con lo stereotipo del talebano: i capelli e la barba lunghi, viso mediorientale, l'uomo indossa una veste bianca con un gilet marrone e una specie di turbante, da cui fuoriescono delle treccine. Mentre ci separiamo, un ragazzo mi da una kippah bianca che mi ricorda tanto Ratzinger.
Mentre il barbuto continua a condurre le preghiere in ebraico, cerco di rendermi invisibile scegliendo un fedele basso e grassoccio come modello, e alzandomi e sedendomi quando lo fa lui. Mi guardo intorno: gli uomini hanno tutti la loro brava kippah ma per il resto sono molto diversi in abbigliamento e atteggiamento. Alcuni vestono di bianco, altri sono praticamente in costume e canotta. C'e' chi porta la barba lunga come da manuale e chi e' glabro e pelato, alcuni seguono le preghiere con fervore oscillando il busto avanti e indietro come a fare dei microinchini, altri sembrano annoiati e sperduti quanto me: si capisce che la loro vera religione e' l'insalata.
Anche se tutti gli uomini danno le spalle alle donne, violo le regole per sbirciare dietro. S. Siede a gambe incrociate come un pesce fuor d'acqua, le altre donne dimostrano anch'esse livelli di ortodossia variabili quanto i maschi. Alcune approfittano della necessita' di preparare il pasto per defilarsi in cucina.
S. e' preoccupata di avermi procurato uno shock culturale e si avvicina di soppiatto per chiedermi come va, ma viene immediatamente redarguita dal barbuto con parole dal tono gentile ma autoritario di chi e' in missione per conto dell'amministratore delegato del creato ("che la bellezza femminile non turbi gli spiriti rivolti alla preghiera", mi viene tradotto postumamente). Non mi resta che rilassarmi e ascoltare la musicalita' dei suoni, che hanno un che di allegro, diversi dalla cristiana solennita', quasi fossero canzoncine per bambini.
Finalmente finiscono le preghiere e ci sediamo intorno al tavolo, e S. si puo' sedere accanto a me. Speriamo nell'agognata insalata pulita e disinfettata da mani esperte, ma, no: il barbuto riprende a parlare. S. traduce: oggi non solo e' venerdi' sera (sera che precede lo shabbat), ma anche il 1o giorno dell'Adar, il mese della felicita', in cui tutti devono lasciare andare le loro preoccupazioni, rilassarsi, essere felici e celebrare. Detto cio', per passare dalla teoria alla pratica, il barbuto comincia a raccontare barzellette mentre finalmente arriva l'insalata, con tanto di carote, cavolo, e ottimo pane (il hala', pane speciale che si mangia solo venerdi' sera e sabato) che somiglia a una brioche.
Tutti all'unisono si tuffano sui vassoi, mentre arrivano alcuni ebrei dell'ultima ora salutando con uno "shalom shabbat" - i furbi che hanno pensato bene di evitare le preghiere. Mentre continua ad arrivare cibo (pesce, fagiolini, patate) chiedo a S. chi paga tutto cio'. Mi spiega che le comunita' di ebrei nel mondo finanzia posti simili praticamente ovunque, e in particolar modo in India, per cercare di recuperare le pecorelle smarrite che vengono qui in cerca di se stesse. Sono luoghi di religione ma non solo: qualsiasi ebreo puo' rivolgersi li per ricevere aiuto, che sia cibo, un tetto, un posto dove lasciare il bagaglio, o semplicemente per incontrare connazionali. Una base, una vera "casa" in qualsiasi posto del mondo. Sono ammirato da questa comunita', unica al mondo, dove cultura, religione, identita' e nazionalita' si fondono in un unicum, l'essere ebreo. Una comunita' dove ancora esiste la solidarieta'.
Siamo piu' che sazi. Mentre il barbuto propone nuovi canti e preghiere post-prandiali, alla chetichella ci defiliamo, rituffandoci nell'India delle bancarelle, degli incensi e dei caffe' all'aperto.
COSA NON SI FA PER UN PIATTO DI VERDURE! E' bello conoscere dall'interno le comunità religiose.Il tuo accompagnatore si è uniformato al luogo, indossando "i segni di rispetto e riconoscimento".Ciò significa: attenzione a non cadere nelle linee di frattura e negli steccati invisibili ...!Se c'è una religione,essa deve avere confini,Deve risultare saliente.Deve farsi capire non solo per l'inclusione, ma anche e soprattutto per l'esclusione. Solidali, accoglienti,cordiali.Quale piacevole,confortante aspetto hai vissuto!Ma è parziale, esiste anche un'altra sconosciuta faccia della luna che ti suggerisco di non conoscere. A presto Giusi
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