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domenica 27 agosto 2017

Johannesburg

Quando si arriva in aereo a Johannesburg (Joburg, per i locali),  all'improvviso un altopiano brullo comincia a popolarsi di alberi e di verde. Scopro che Joburg viene decantata come la più grande foresta piantata dall'uomo del mondo, forse un pò esagerato visto che si tratta per lo più di alberi decorativi intorno alle case. Poi scendendo ti accorgi che quasi tutte le automobili sono bianche; scoprirò poi che il bianco è il colore di base in Sud Africa, tutti gli altri colori si pagano a parte.
La città è sconfinata e si perde a vista d'occhio in tutte le direzioni, fondendosi senza soluzione di continuità con le Townships, il nome che si da ai sobborghi neri che circondano la città in tutte le direzioni.

La caratteristica più evidente di Johannesburg sono le difese. La città è un insieme di complessi residenziali stile Olgiata ognuno dei quali è protetto da un muro di cinta elettrificato e spesso da guardie armate, una specie di serie ininterrotta di prigioni al contrario. Dentro, ci sono tutti quelli che hanno di più di quelli che stanno fuori. Queste innumerevoli isole verdi e felici sono collegate da autostrade e strade enormi, in stile americano, su cui ci si sposta solo in auto. Non esistono strade come le intendiamo noi, con negozi e uno struscio. Quando gli abitanti vogliono uscire, si recano presso uno degli innumerevoli centri commerciali, anch'essi difesi da muri, filo spinato e barriere elettrificate, e spesso da guardie armate. In queste isole di benessere ci sono i negozi ma anche i ristoranti e i locali, e si può circolare tranquilli.

Il sentimento che si percepisce è la paura - paura della violenza dei neri che ora possono votare, è vero, ma sono rimasti poveri e senza opportunità, dato che la democrazia non è ancora riuscita a portare una maggiore uguaglianza per le masse. Paura fra i bianchi e paura anche fra i neri che sono riusciti a salire qualche gradino sociale, a comprarsi una macchina e diventare tassisti di Uber, per esempio.

Il tassista che mi porta dall'aeroporto all'hotel mi racconta che in vita sua è stato attaccato 7 volte, tre volte mentre era alla guida e volevano rubargli l'auto, ma per fortuna lui si è messo a correre ed è riuscito a seminarli, e 4 volte gli hanno puntato la pistola per strada è gli hanno rubato i soldi. Tutti universalmente mi consigliano di stare attento e circolare solo in auto. Già, ma del resto a che serve camminare lungo delle autostrade deserte dove non c'è nulla da vedere?

Quando chiedo alla reception cosa c'è di carino in zona, mi consigliano il locale centro commerciale, dove alla fine vado per disperazione, per trovare più o meno la stessa roba che troverei in Italia a prezzi simili - anche qui la globalizzazione appiattisce il mondo su un modello occidentale - americano, sia pur declinato in salsa Sudafricana.

Le Township invece sono diverse. Alternano distese infinite di case tutte uguali, case a un piano con tetto fatto con le onduline, composte da due stanze, soggiorno con angolo cottura e bagno. Sono state costruite dal governo e ci abita la classe media nera, gli insegnanti, i poliziotti, gli infermieri. Ci abitava anche Nelson Mandela, una casa rossa uguale a tutte le altre con cucina a legna e molti fori di pallottole, dato che la polizia quando poteva andava a molestare lui e la sua famiglia. E poi ci sono gli "insediamenti informali", vale a dire le bidonville, uguali a tutte le bidonville di tutto il mondo, sporche, confuse, con vicoli stretti e tanta umanità che vive accalcata. E le onnipresenti strade a 4 corsie. Qui, però, mancano gli alberi che nei quartieri ricchi abbelliscono e trattengono la polvere; il vento spazza le strade e alza enormi quantità di polvere, una vera e propria nebbia.

Johannesburg nasce e cresce grazie alle miniere d'oro, che nell'800 attrassero centinaia di migliaia di persone, facendo diventare questa città il cuore economico del Sud Africa. Oggi le miniere non ci sono più, ma restano innumerevoli colline artificiali, che si riconoscono per la loro forma squadrata: si tratta di tonnellate di detriti degli scavi sotterranei, su cui è stata poi costruita la città. A Soweto ci sono due luoghi di pellegrinaggio di stranieri e sudafricani: la casa di Mandela e la chiesa di Santa Maria, una chiesa moderna che ricorda la mia parrocchia di S. Pio X, col tetto spiovente e dei mosaici colorati sui vetri. Un luogo storico di resistenza e sede delle riunioni dell'African National Congress, il partito di Mandela, oltre che dei negoziati di transizione alla democrazia.

L'Apartheid e la lotta per sonfiggerlo sono celebrati in due luoghi simbolo, musei costruiti negli anni 90 che rappresentano un simbolo di speranza per il futuro: la sede della corte costituzionale, costruita con gli stessi mattoni della più famigerata prigione per i prigionieri politici, a rappresentare come le stesse radici dell'oppressione diventano ora l'istituzione incaricata di proteggere la libertà; e il museo dell'Apartheid, che racconta la storia di questo triste capitolo della storia umana senza retorica, senza odio nei confronti dell'oppressore, ma cercando di dare una visione obiettiva e bipartisan dell'accaduto, uno sforzo ammirevole che questo paese è riuscito a compiere grazie soprattutto alla grandezza del suo leader, che ha risparmiato una seconda epoca buia di epurazioni e impiccagioni a testa in giù dell'oppressore. Forse proprio questa è l'eredità che il Sudafrica consegna al mondo, la capacità di guardare al futuro senza rimuginare il dolore e le sofferenze del passato, e tendendo la mano all'oppressore che diviene un cittadino degno di tutela e di vivere il Sud Africa tanto quanto l'oppresso.
Grazie Sud Africa per insegnarci il perdono e il lasciare andare il passato per guardare al futuro.

1 commento:

  1. Bravo Sahaj, mi piace come scrivi, grazie per condividere il tuo gardo sul mondo. Amrita

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